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NEUROSCIENZE E PSICOANALISI: niente in comune

Il sapere neuroscientifico e le sue mire teoriche sono spesso agli antipodi rispetto al percorso che segue la psicoanalisi.

Se infatti le neuroscienze tentano di rintracciare, a partire da singoli casi, principi applicabili a livello universale, ciò che interessa la psicoanalisi è invece la ricerca del particolare unico al soggetto.

Tuttavia giudicarli l’uno l’antitesi dell’altro è una conclusione piuttosto frettolosa e riduzionista. D’altronde i primi studi dello stesso Freud si rifanno proprio alla neurologia.Occorre però fare una piccola premessa iniziale, per chiarire meglio a quale “sapere” ci rivolgiamo quando nominiamo la scienza.
Prima della Teoria della indeterminazione di Heisemberg, – che afferma che esistono dei fenomeni la cui causa è impossibile da rintracciare – il sapere scientifico poteva essere letto come una concatenazione lineare e infinita di causa-effetto.

Grazie invece a questa scoperta e ad altre successive il pensiero scientifico è in grado di includere nei suoi teoremi anche il non previsto, la falla del sistema, il buco come elemento strutturale. Così da trasformare l’errore di calcolo nell’eccezione che conferma la regola. A partire da questa prospettiva, ecco che si apre un nuovo scenario in grado di ribaltare il senso del discorso – di quello comune sicuramente – e dunque: se fosse proprio il “niente” il punto in comune tra neuroscienze e psicoanalisi?

Un esempio magistrale di come i fenomeni biologici e quelli psichici si incontrano, senza cadere nella trappola della corrispondenza diretta e analogica, è dato da due scienziati: François Ansermet e Pierre Magistretti. Con il loro libro “A ciascuno il suo cervello”, aprono un dialogo proficuo tra le parti, non tanto per appianare le differenze, quanto piuttosto per delimitarne il terreno comune che consenta al tempo stesso l’esaltazione dei caratteri unici e distintivi di ognuno.

In effetti, la questione dell’universale e del particolare attraversa diametralmente tutto il testo a partire dal titolo scelto. Focalizzandosi sulla struttura della frase, è semplice rintracciare l’elemento unificante: “cervello”. Se infatti si prova a escluderlo, “A ciascuno il suo” sembra proprio suggerire l’incomunicabilità dei due approcci. Come nell’omonimo libro di Sciascia dove a vincere sono l’omertà e l’ipocrisia mafiosa. Due strade parallele che, pur rimanendo tali, possono tuttavia concordare su un significante comune in grado di richiamare – a prescindere dal significato – il carattere universale (tutti abbiamo un cervello), e il segno distintivo che marca ciascun soggetto in maniera del tutto singolare (ognuno ha il suo).

Il punto nodale del discorso ricade sulla questione della traccia lasciata dall’esperienza come vero anello di congiunzione tra i due approcci. A livello neuroscientifico la nozione di traccia è stata messa in luce a partire dalla scoperta del fenomeno della plasticità, ovvero il meccanismo che consente la registrazione dell’esperienza attraverso la percezione. Le singolari esperienze che gli individui incontrano durante tutto l’arco della vita, vengono registrate nella rete sinaptica che risponde e si modifica in modo più o meno duraturo, provocando dei cambiamenti a livello fisico in prima istanza ma anche a livello psichico, dato che uno stato somatico può evocare una sensazione di piacere o di dispiacere. Ne consegue che grazie a queste tracce sinaptiche “ogni individuo, attraverso la somma delle esperienze vissute, si rivela unico e imprevedibile, al di là delle determinazioni implicate dal suo bagaglio genetico”.

Il meccanismo della plasticità inoltre – perché regolato da alcune leggi come quella dell’omeostasi e della coincidenza – fa sì che le tracce non si iscrivano in modo aleatorio ma possano comunque ricrearsi e riorganizzarsi nella rete sinaptica anche a livello inconscio. Tale dispositivo, implica un funzionamento logico strutturale ben noto alla psicoanalisi. Si tratta della catena significante. Infatti se in un primo tempo vi è una corrispondenza diretta tra percezione e modificazione (somatica e psichica), dunque tra causa ed effetto, in un processo successivo le tracce derivanti dalla percezione proprio per la loro capacità di riscriversi e riassociarsi, formeranno nuove tracce. Il reiterarsi di questo procedimento, provoca irrimediabilmente un allontanamento sempre maggiore dall’esperienza iniziale che le ha prodotte. Per cui tra l’effetto e la causa originaria c’è una distanza, una rottura che può prendere altre vie, attivare innumerevoli giri e digressioni tanto da far perdere il filo del discorso.

“Attraverso il gioco sempre singolare della riassociazione tra le tracce, i meccanismi universali della plasticità arrivano a produrre dell’unico, dell’ogni volta differente. Si potrebbe dire che la plasticità implichi paradossalmente una determinazione dell’imprevedibile

È proprio questa imprevedibilità nella risposta, il posto vuoto dove tutto ancora è possibile, a porre l’atto singolare del soggetto al centro della questione del divenire. “Ciò che il soggetto diviene non è una funzione di ciò che è stato. Ciò che sarà passa dalla mediazione di ciò che è, aprendo un campo di indeterminazione”. Tale indeterminazione restituisce a ciascuno la responsabilità della propria posizione soggettiva.

Per concludere si può dunque affermare che il fenomeno della plasticità, è stato in grado di offrire un nuovo paradigma alla scienza aperta ora più che mai al fenomeno della contingenza, l’unico capace di far nascere un soggetto nel senso psicoanalitico del termine. Il trucco sta nel non cedere alla seduzione di un sapere scientifico idealizzato, in grado di dare una risposta a tutto, illudendosi di occludere le faglie. Uno scientismo che tenta di raggirare gli inciampi prodotti dall’impossibile del reale, solo attraverso rilanci prettamente immaginari. Il calcolo statistico ad esempio come strumento elitario, che si inventa nuove scale di misura per far rientrare l’incalcolabile, la diversità del singolo, in parametri quantificabili e governabili riducendo così l’intera umanità a una massa informe ma uniforme, sovrastata da discorsi autoritari piuttosto che autoriali.